La valigia e la speranza

LA VALIGIA E LA SPERANZA

Kathiusca Toala Olivares [Ecuador]

Vincitore del premio G.A.L. dell’assessorato alla Cultura del Comune di Sabaudia (2006)

I
Roma. Quattro lettere, un nome. Io non sapevo nemmeno dove fosse e cosa fosse l’Italia, figuriamoci Roma. Al mio paese, l’Ecuador, quando si sogna di fuggire si pensa agli Stati Uniti non certo all’Italia. Dell’Italia sapevo solo che era il posto lontano dove erano andate una alla volta le mie zie, le mie cugine e mia sorella per scappare dalla miseria da cui eravamo tutte imprigionate. Un posto dove puoi lavorare per mandare soldi a casa e vivere per te stessa. Io fui l’ultima ad arrivare, era il 2002. Ci misi tanto a decidere, forse non fui nemmeno io a decidere. Ero arrivata ad un punto pericoloso della mia vita, vicina al non ritorno dall’inferno. Quattro figli da mantenere, un non compagno, non marito violento che mi stava uccidendo piano piano fisicamente, perché moralmente l’aveva già fatto tante volte. La fame, la violenza e la povertà ti fanno cadere in ginocchio e io avevo già fatto cose che mi porterò dentro per sempre come un marchio e una condanna. Ma dissi, o forse altri dissero per me, basta. Basta prima che fosse troppo tardi. Mi ritrovai su un aereo con un biglietto, un debito enorme ancora prima di iniziare a lavorare e una valigia senza spago, riempita in una notte con le poche cose che mi erano rimaste. Ne portavo molte di più dentro l’anima, ma erano cose che avrei lasciato volentieri fuori dalla valigia.
Avevo 27 anni ma mi sentivo come ne avessi vissuti il doppio. Arrivai una domenica mattina; non ricordo nemmeno se c’era il sole o faceva freddo. Per me fece freddo ancora per molti mesi, anche in piena estate. Era inizio Aprile e all’aeroporto c’erano tutti i miei parenti. Zie, sorella, cugina: mi presero per mano come si fa con i bambini e mi cominciarono a spiegare. Io mi tenevo stretta alla mia valigia non per paura che me la rubassero, era il mio cordone ombelicale, la mia compagna di viaggio e di speranza di rinascita. Intanto mi dissero che non potevano portami a casa e quindi saremmo dovute restare in giro tutta la giornata fino alla sera con la mia valigia, perché non si poteva rientrare e stare in casa da sole prima del ritorno dei signori da cui lavoravano.
Salimmo su un treno e mi annunciarono che saremmo andate alla Stazione Termini: lì avrei conosciuto tante altre persone del nostro paese, perché è li che ci si ritrova. Io ascoltavo, cercavo di sorridere, mi sforzavo, ma sinceramente non capivo ancora bene dove fossi. Fu mia zia, la più anziana del gruppo a chiedermi quanti soldi avessi con me. Cinquanta dollari risposi, era tutto quello che avevo nel passaporto. Mi mise in mano un foglio da dieci euro e mi disse: questa è la moneta; ho avuto il permesso dai signori di farti dormire da me per due notti. Mercoledì comincerai a lavorare dalla famiglia che ti abbiamo trovato. Ma in questi due giorni non potrai stare in casa Katty, dovrai prendere l’autobus e fare da sola. Andrai a conoscere la signora dove lavorerai, poi potrai fare quello che vuoi ma non tornare prima delle otto. E stai attenta agli uomini, specialmente agli italiani.
Io tremavo, non so se dal freddo o dalla paura. Forse era solo il freddo, perché la paura l’avevo già conosciuta bene nell’altra mia vita. Io vivevo in una città di mare dove c’è sempre il sole, Ecuador, lo dice anche il nome equatore e non sapevo cosa fossero giubbotti, cappotti o cose simili. Ci poggiammo su una panchina della stazione, qualcuna mi portò un panino e mentre lo mangiavo tornò una mia zia con un giubbotto pesante, nero, imbottito. Non avevo mai indossato niente di simile: tieni mi disse, è tuo, col primo stipendio me lo ripagherai. La ringraziai e indossandolo capii di essere arrivata a Roma: dovevo cominciare ad aprire la mia valigia.

II
La mia valigia si svuotò presto delle poche cose che avevo portato e cominciò a riempirsi di nuove situazioni, di piccole fotografie e ancor più piccole conquiste. Ricordo di averla riempita prima di tutto di parole: romane più che italiane: “ahò, ma ‘ndò vai, ammazza che ber culo”. Per noi straniere, peggio se giovani, era un prezzo obbligato da pagare. L’essere cose prima che persone. Mi vergognavo sinceramente ogni volta e ci stavo male: non capivo perché quando ti offrivano un caffè e tu magari per non morire di solitudine accettavi, non potevano fare a meno di cominciare a toccarti; prima una spalla, poi un braccio, poi magari anche la gamba finche non li fermavi e allora diventavano sgarbati, maleducati.
Il più stupido ricordo che ho è quello di un tassista, che una sera mi offrì la corsa gratis e cento euro se solo gli avessi fatto toccare le mie gambe. Era una sua mania mi disse, come fosse la cosa più naturale del mondo. Avevo voglia di mettermi a piangere: perché avevo fatto tutti quei chilometri, perché lavoravo a tempo pieno senza sosta sei giorni e mezzo la settimana per provare quelle stesse umiliazioni che avevo dovuto subire in precedenza? Ma poi ci dormivo su, pensavo ai miei quattro figli e a quanto stavo facendo per loro. Dopo un po’ cominciai anche a capire come fidarmi delle persone e come comportarmi. In fondo mettere in valigia una parolaccia, un “vaffanculo” non era cosi difficile.
Dopo la lingua e le parole, la mia valigia fu anche una sfida con la cucina. Io lavoravo a pieno orario presso una famiglia. Avevano una bambina che dovevo accudire e una casa da governare, quindi pranzi e cene da preparare. La cosa non mi spaventava: ne avevo accuditi quattro di figli, spesso senza avere niente per mangiare: qui avevo il frigorifero pieno e bastava mi facessi vedere sempre occupata. Ma che ne sapevo io della cucina italiana? I bucatini all’amatriciana spiegati dalla signora erano facili da preparare ma in Ecuador la pasta quasi non si usa, molto più il riso. Non scorderò mai la faccia della signora quando vide che invece di metterli nell’acqua che bolliva misi i bucatini crudi direttamente nella padella col sugo. Per me si cuocevano così, che diamine! Ci misi poco ad imparare e a riempire la mia valigia di sapori e gusti nuovi e non nego che sono diventata brava a cucinare italiano, mettendoci anche un pizzico di fantasia sudamericana. Oggi quando mi fanno un complimento per la lasagna mi inorgoglisco ma non posso fare a meno di ridere rivedendo in un attimo quella padella di bucatini crudi al sugo!
Nella valigia di un viaggiatore non dovrebbe mai mancare una mappa, una guida, ma la mia valigia aveva poco spazio per questo. Io per i miei primi quattro anni a Roma ho lavorato a tempo pieno e avevo libero solo il giovedì pomeriggio. All’inizio la fretta di dover imparare tutto un mondo di cose nuove, (lavatrici, lavastoviglie, detersivi per i panni, per i piatti, per i pavimenti, per le porte, per le finestre mio dio che confusione!) non mi lasciava molto tempo per rendermi conto di dove stavo, di che cosa fosse Roma.
Il giovedì pomeriggio per me era un autobus che mi portava a Piazza Mancini dove mi chiudevo in una cabina a parlare con i miei quattro figli per ore e poi una fuga a Stazione Termini, all’ufficio dove spedivo in Ecuador i soldi che guadagnavo. Qualche volta ci si incontrava al Colosseo, un punto di ritrovo per la comunità ecuadoriana, ma io francamente non amavo molto questi posti. Mi facevano tornare troppo la nostalgia e mi sentivo sradicata dal mio paese e non ancora inserita in questo. Né carne né pesce come dite qui. Con mia cugina preferivamo camminare; avevamo imparato per non perderci a seguire la linea dei binari che da Piazza Mancini arriva a Piazzale Flaminio.
Andavamo a piedi per risparmiare sul biglietto, perché questa è la realtà e anche un Euro può essere importante per chi a migliaia di chilometri ti chiede sempre qualcosa di materiale, visto che l’affetto non puoi darglielo più. Avanti e dietro, avanti e dietro: qualche volta ci spingevamo fino a Via del Corso per lasciarci incantare da quelle vetrine che potevamo solo guardare. Forse erano sei mesi o forse più che stavo a Roma, quando un giorno all’altezza di Via Flaminia vicino la chiesa di Santa Croce, una signora un po’ anziana ci si avvicinò dicendo: “Scusatemi non sono pratica di questa zona, ma dove si va per Piazza Euclide?” Mia cugina stava lanciandosi nella solita formula “Siamo dell’Ecuador ci scusi non sappiamo” quando la fermai con un braccio. Il giorno prima il signore presso cui lavoravo mi aveva mandato a ritirare alcune analisi proprio in un laboratorio vicino Piazza Euclide. Spiegai la strada per filo e per segno alla signora, muovendo le braccia come facevano i romani a cui chiedevo io informazioni. La signora ringraziò e se ne andò verso Euclide. Mia cugina mi guardava perplessa: io mi sentivo orgogliosa di me stessa e cominciavo a prenderci gusto. La mia valigia cominciava ad essere sempre più piena, ordinata e senza pesi inutili.

III
Una valigia che si rispetti porta con sé anche qualche maquillage per l’anima. Alle volte mi sentivo come un clown: dovevo truccarmi per nascondere le cicatrici e regalare un sorriso a chi di me conosceva solo l’involucro esterno. Poi circa due anni dopo, la maschera si sciolse e la mia valigia cominciò ad essere troppo piccola per contenere il sentimento più grande e più bello. Io ero incredula perché questo non l’avevo messo in preventivo e venivo da un passato troppo brutto. Poi non sapevo bene cosa poteva essere il mio futuro, andare via rimanere, ma la passione prese il sopravvento e Roma ci mise del suo.
Stefano non si risparmiava: ogni giovedì qualcosa di nuovo da mettere in valigia: i tramonti, i vicoli, gli angoli di Testaccio e poi San Pietro, tanti anni a Roma e per la prima volta San Pietro. Non c’è un doppio fondo nella mia valigia e forse non ci sono più angoli dove si nascondono frammenti dell’anima.
Io come tutti ho avuto qualche problema piccolo, qualcuno più grande, ma devo dire che nella mia valigia non ha trovato posto il razzismo. A volte mi hanno trattata con sospetto perché straniera, altre volte con commiserazione perché povera, qualche idiota ha cercato di approfittarsi e quelle volte che è successo forse le ho rimosse. Preferisco ricordare la gentilezza delle impiegate della Posta che qualche volta hanno chiuso gli occhi su qualche lieve eccedenza peso dei pacchi che mensilmente spedivo in Ecuador; preferisco ricordare la fiducia che i miei datori di lavoro mi hanno accordato quando sola e senza nessuno a cui poter chiedere, dovetti rivolgermi a loro per saldare i debiti verso chi mi aveva pagato il biglietto aereo, facendomeli trattenere un po’ alla volta sullo stipendio.
Preferisco ricordare la cortesia di chi negli uffici pubblici cercava di aiutarmi a raccapezzarmi tra le pastoie della burocrazia per ottenere il tanto sospirato permesso di soggiorno; preferisco ricordare la gentilezza di quel medico che mi curò malgrado il mio libretto sanitario fosse scaduto e io non l’avessi rinnovato perché il giovedì pomeriggio avevo sempre altro da fare.

IV

Fu una mattina, all’improvviso. Mi alzai e la trovai lì, mi guardava pur non avendo gli occhi. Le mandai un sorriso che non ricambiò e mai avrebbe potuto; la carezzai dolcemente come si fa con una persona cara. Andai all’aeroporto, la sollevai e la poggiai lentamente sulla bilancia. L’impiegato la mise sul nastro che la ingoiò velocemente. Chiusi gli occhi e sentii il rombo di un aereo in lontananza.
Dopo quattro anni lei era tornata da dove era venuta, io potevo restare; il mio viaggio era finito, il suo appena cominciato. “Tenetela cara figli miei” fu l’unica cosa che scrissi nel biglietto che l’accompagnava.

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